Una bugia, raccontata per canti. Nove, come una gravidanza. Vecchia, come un passato.
Dedicata, a una Madre, con la delicatezza di una guarigione.
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(fase zero indolore)
Che non ti lascio qui, viva,
a contemplarti gli angoli accoccolati
agli introiti di
quante bugie socchiuse
da vendere all’incanto?
Al terzo fiammifero spento
tutto sarà diluito in acque spesse
a correggere i toni striduli
di gorgheggiare femmineo
ovattandolo
loro
sono più numerose
delle attorcigliate ciglia tue
che si schiudono
strabuzzando gli occhi a non crederci
o ad appurare che sì
sono ipocondrie a contenermi
Nelle malinconie rimesse a nuovo
mentendo
s’ affabulano di loro
Concedimi un patetismo
da riallargare
ho da infilarci tutti i sentimenti buoni
da sciorinare per reinventarmi
bugiarda
( Noia, che baraonda è questa )
I
Fluttuante
esposta ad un infinitesimo
di spazio potenziale
ripristino questa stanza
in cui non sono mai entrata
ribattezzandola
invescata
spaziocellacontorno
e mi cerco
semino germoglio
di tue ambizioni zelanti
Riguardami
Io, tuo piccolo doppio informe, sono
II
Arginami ogni fuga
L’essere difesa
mi è più naturale
di queste trincee lucignolo
di questo lubrificarmi
lo spazio che mi fugge
dagli arti intrisi di barbottina
Trattienimi, mi celo angolata
Eppure ti sono
III
Questo stampo non mi simula
né mi conforta
Il nero mi si raggomitola intorno
Accudiscimi le mura
disinfettale
ripuliscile del frastuono
Oltre la pila di tue ninnananna
io non dormo
IV
Tutto rimbomba fagocitato
zittito e poi ampliato attutito e
In questo infinitesimo di dentro
il dentro è soldato
ad erigere fiere che s’ingozzano
divorate a loro volta
da isterie erette ad alimentarmi indomita
Tutto s’impasta denso
L’udito è tremito
che s’ ingurgita per bocca
Traduci tua auscultazione:
in questo piccolo maremoto
tutto s’ingoia
-
V
E ti sono linfa
Cui attingere
Quando-
Cestino rifiuti amore
E mi sei linfa
Cui attingere
Quando-
Mio bolo
e bolla a tempo d’umori
di cui mi spalmo, soffiando,
l’indole amorfa
VI
Il fiato scalfito a tratti
Singhiozzi
a stemperare battiti
d’inclinazioni chioccia
Svellate, piume sbarbate,
da priorità
che no, non alimentano
E ti sono ronco biascicato
- fagotto lutulento -
a muovere tua borbottata ideazione
Conserva i personaggi
- badagli -
cattura il respiro orco
e fiatami adagio il sogno
VII
Sento che lo sbadigli quel canto
suonato oltresoglia
-buiocicala –
nutrirmi le radici
al quasi tornito
nell’aria che non sono
Sento che si sgomitola
srotolando anditi
il sonno
a frinire di brividi
ambizioni rabdomanti
rimestandomi
nell’acqua che non sono
Mangiami ancora e sbadigliami
nel nonquando ancora al sicuro
mi approdo
VIII
Innesto di fiori carnivori
Credo ti sono
Ghiribizzo blandito, lustrato,
ormeggiato in tua bocca
E mi germoglio
- talea attecchita -
rigettando la luce brandita
spioncino di tua immaginazione
Disilludi tua culla amore
tuo piccolo uomo nero, sono
IX
-
E t’affusoli temperando le dita
affilandomi gambo e criniera
con carezze che non m’ impolpano
né mi ricreano
Nere nere le chiome
guarnite a tratti
da bave di buio che afferrano
efferati gli arti capovolti
di chi vuol restarti
( Olive brune velate gli occhi
sì che non veda, ancora,
il suo naso somigliarmi)
Svernami adagio, masticami,
sputami sottovoce l’antidoto
ad esserti fardello e creatura ingrata
Ti resto e scalzata ti sono
preambolo d’ amaricanti
Coccole e baci
Avremo a tacerci i rimargini
(tratta da Grande Sproloquio Spartiacque- Dicembre 2004)